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Cosa portare fuori (2)

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In questa normalità inusuale rispetto le distanze. Mi muovo con cautela fra dentro e fuori, e torno sugli stessi interrogativi. Mi domando cosa portare fuori, dopo. E mi domando, adesso, se siano descrivibili le differenze nel sentire la soglia fra dentro e fuori. Nel pensare cosa portare fuori e cosa far rientrare. Di certo è concreta e visibile la differenza di condizioni sociali, personali. Il dentro può essere intollerabile se non so come mantenere me e i miei cari. Può essere intollerabile se è angusto lo spazio fisico o mentale. Se dalla finestra vedo degrado, sia dentro che fuori. Diventa necessario pensare (e cercare, o forse immaginare) un fuori molto fuori. Un altro dentro. Vorrei portare fuori il desiderio di guardare e vedere. Vorrei portare fuori e conservare dentro la mimica dei volti. Vorrei proteggere le emozioni per poterle portare fuori (appena possibile) e conservarle dentro. Per riconoscere le emozioni (e per esprimerle) abbiamo bisogno che esse attraversin...

Riflessioni sul grigio: tenebre albe e passaggi. Con Paul Celan (Quasi un kaddish: 20 aprile 1970- 20 aprile 2020)

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Riflessioni sul grigio: tenebre albe e passaggi. Con Paul Celan (Quasi un kaddish: 20 aprile 1970- 20 aprile 2020) fonte dell'immagine  https://pierrejoris.com/blog/paul-celan-fifty-years-later-tenebrae-5-more/     Paul Celan, poeta di lingua tedesca nato Antschel nel 1920, in Romania, nella città di Cernăuți, già Czernowitz austroungarica, oggi Ucraina col nome di Černivci, scampato allo sterminio nazista cui non sfuggirono invece i due genitori, un anno a Bucarest tra 45 e 46, poi a Vienna che ancora pullulava di nazisti, esule a Parigi dal 1948, e ancora - naturalizzato cittadino francese, traduttore di grandissimi poeti europei e americani, lettore di tedesco all’École normale supérieure, uno dei grandi poeti del ‘secolo-lupo’ Novecento: tra il 19 e il 20 aprile del 1970, esattamente 50 anni fa, pone fine alla sua vita buttandosi nella Senna. Una sua poesia parla di un salto dai conci del Pont Mirabeau, di un uomo alato di parole e ferite (E come il libr...

Falsi autoritratti. Tempo, schermo, memoria.

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di Barbara Ronchetti  Sbiadiscono. Le ore, gli scatti. Il tempo respira il ritmo dei pensieri. Ogni cosa si muove in fretta, ogni cosa è immobile. Una gelatinosa attesa affollata di impegni bidimensionali. Lo schermo. Il volto e lo schermo. Il volto, altri volti e lo schermo. Difficile guardare nello specchio. La sua prossimità con mondi altri lo fa ingombrante. Lo schermo è diverso, non ha profondità. Lo schermo prende il sopravvento. Prospettive inusuali. L’ordine delle cose evolve in modo inatteso. Portare lo sguardo al di fuori di sé, rendere quel sé meno pauroso. La perdita di sé, la perdita, la scomparsa. Tra questo e il prima, la scomparsa di mia madre. Autentica, fisica. Questo è immaterialmente reale. Mia madre aveva paura dell’acqua. Mia madre era nata sulle rive di un lago che non esisteva più. Scambi di affetto dentro un rettangolo. La memoria ereditaria dei luoghi, delle azioni, delle persone. La paura ereditata da quel lago prosciugato. La paura ...