Falsi autoritratti. Tempo, schermo, memoria.
di Barbara Ronchetti Sbiadiscono. Le ore, gli scatti. Il tempo respira il ritmo dei pensieri. Ogni cosa si muove in fretta, ogni cosa è immobile. Una gelatinosa attesa affollata di impegni bidimensionali. Lo schermo. Il volto e lo schermo. Il volto, altri volti e lo schermo. Difficile guardare nello specchio. La sua prossimità con mondi altri lo fa ingombrante. Lo schermo è diverso, non ha profondità. Lo schermo prende il sopravvento. Prospettive inusuali. L’ordine delle cose evolve in modo inatteso. Portare lo sguardo al di fuori di sé, rendere quel sé meno pauroso. La perdita di sé, la perdita, la scomparsa. Tra questo e il prima, la scomparsa di mia madre. Autentica, fisica. Questo è immaterialmente reale. Mia madre aveva paura dell’acqua. Mia madre era nata sulle rive di un lago che non esisteva più. Scambi di affetto dentro un rettangolo. La memoria ereditaria dei luoghi, delle azioni, delle persone. La paura ereditata da quel lago prosciugato. La paura ...